Il simbolo, per sua natura, trascende il suo significato immediato, evocando idee e concetti più profondi e astratti. In questo modo, un simbolo diventa un ponte tra realtà diverse, connettendo l’elemento tangibile a un significato più ampio e spesso ineffabile. Le leggende, i miti e i personaggi fantastici, dunque, non sono semplici storie, ma portatori di significati simbolici e culturali che si tramandano di generazione in generazione. Carl Gustav Jung, uno dei principali esponenti della psicologia analitica, vede nei simboli l’espressione degli archetipi, immagini primordiali che popolano l’inconscio collettivo. L’inconscio collettivo è una dimensione condivisa da tutti gli esseri umani, contenente immagini e simboli archetipici che emergono nei miti e nelle leggende di ogni cultura. Questi archetipi rappresentano temi universali, come l’eroe, che riflette la lotta per il cambiamento e la crescita personale, o l’ombra, che rappresenta gli aspetti nascosti e non riconosciuti della nostra psiche.
Uno degli archetipi centrali nella psicologia analitica è l’archetipo dell’ombra, ispirato dal mito della caverna di Platone, presente nella sua opera “La Repubblica”. In questo mito, i prigionieri incatenati in una caverna possono vedere solo le ombre proiettate sulla parete di fronte a loro, e queste ombre costituiscono la loro unica realtà. Quando uno dei prigionieri viene liberato e portato alla luce del sole, scopre la vera natura del mondo, ma è inizialmente accecato e confuso. Alla fine, comprende che il sole è la fonte della vita e della verità. Tuttavia, quando torna nella caverna per liberare i suoi compagni, è deriso e rifiutato, poiché essi preferiscono la loro realtà illusoria alla dolorosa verità. Le ombre nella caverna simboleggiano le distorsioni della realtà che accettiamo come vere se non siamo esposti alla luce della verità. Questo mito riflette l’archetipo dell’ombra in psicoanalisi, rappresentando quegli aspetti della nostra personalità che non riconosciamo o che rifiutiamo, ma che ci influenzano incessantemente e spesso in modo distruttivo. Prima dell’avvento della psicoanalisi, questo concetto era già presente in letteratura e in altre forme di espressione artistica, come nel romanzo “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” (1886).
Esplorare i miti e i loro significati simbolici ci permette di scoprire aspetti nascosti di noi stessi e delle nostre esperienze. Attraverso i miti, possiamo esaminare i nostri conflitti interiori, i desideri repressi e le paure più profonde, utilizzando il simbolo come chiave per accedere a queste dimensioni inconsce. «La figura dell’Ombra personifica tutto ciò che il soggetto non riconosce e che pur tuttavia, in maniera diretta o indiretta, instancabilmente lo perseguita: per esempio tratti del carattere poco apprezzabili o altre tendenze incompatibili» (C.G. Jung, Coscienza, inconscio e individuazione, 1939).
L’immagine della grotta è una delle più potenti e universali nella mitologia e nei simboli, tanto da assumere la connotazione di archetipo, secondo la definizione di C.G. Jung. Gli archetipi sono forme primordiali che emergono dall’inconscio collettivo, strutturando i comportamenti, le culture e le mentalità umane. La grotta, in particolare, incarna diversi significati simbolici che appaiono nei miti, nelle religioni e nei sogni di molte culture.

La grotta rappresenta l’archetipo dell’utero materno, un luogo di origine e rinascita. In molte tradizioni mitologiche e religiose, la grotta è il luogo da cui la vita ha origine e dove avvengono riti di iniziazione. Questo simbolismo è evidente nei miti di nascita e rigenerazione, dove la grotta diventa il simbolo della protezione materna e del ritorno alle origini.
La grotta è anche vista come un luogo di transito, un passaggio tra il mondo dei vivi e l’oltretomba. Questo concetto è splendidamente rappresentato da Dante nella Divina Commedia, dove la grotta è l’ingresso all’inferno, un viaggio simbolico attraverso le profondità dell’anima e del peccato. Qui, la grotta diventa un percorso di trasformazione, dove l’anima affronta le proprie paure e viene purificata attraverso il viaggio.
Nella tradizione magica e stregonica, la grotta è vista come un catalizzatore di forze ed energie soprannaturali. È un luogo sacro dove si svolgono pratiche esoteriche, riti magici e stregonerie. Questo simbolismo è collegato alla natura della grotta come spazio chiuso e nascosto, che racchiude segreti e poteri invisibili.
Infine, la grotta rappresenta simbolicamente anche il labirinto, composto da vie sotterranee, cunicoli, e meandri bui. Il labirinto è un simbolo di angoscia e smarrimento, ma anche di ricerca e scoperta. Rappresenta l’idea di un viaggio iniziatico, dove l’individuo affronta il pericolo di perdersi o rimanere intrappolato, ma allo stesso tempo ha l’opportunità di trovare una nuova strada o una verità nascosta. Questo percorso attraverso il labirinto-grotta è un rito di passaggio che conduce alla conoscenza di sé e alla crescita spirituale. In sintesi, la grotta come archetipo incarna molte delle esperienze umane fondamentali, dalla nascita alla morte, dalla paura alla speranza, rendendola un simbolo profondamente radicato nelle culture e nelle psicologie umane.
La maggior parte delle persone non va in grotta; gli speleologi sono una esigua minoranza, infatti si stima che in Italia siano meno di 4.000, tra quelli saltuari e abitudinari, ovvero lo 0,0067% della popolazione: meno di 7 ogni 100.000 abitanti. Questa “specie” è prevalentemente organizzata in gruppi speleologici: sono 350 distribuiti in tutto il territorio nazionale. Sono molto più conosciute altre discipline, come ad esempio il calcio, praticato da quasi 5.000.000 di persone (fonti ISTAT 2021). Chi non va in grotta spesso pone domande che agli speleologi appaiono banali: C’è aria in grotta? C’è vita nelle grotte? Ci sono animali pericolosi? C’è sempre buio in grotta? Le grotte possono crollare? Le grotte possono riempirsi d’acqua? Cosa trovate in grotta? Cosa fate in grotta? Come fate a tornare fuori senza perdervi? Ma per fare i bisogni, come si fa? Le grotte sono tutte conosciute? La speleologia è un alpinismo all’ingiù? Come si fa a esplorare una grotta? Occorrono doti particolari per fare speleologia? Costa molto fare speleologia? E infine, chi ve lo fa fare di andare nelle grotte? Queste domande denotano una grande lontananza e pochissima conoscenza del mondo sotterraneo. Nonostante l’epoca delle leggende sia ormai passata da un bel po’ di anni, rimangono credenze e rappresentazioni mentali distorte e poco aderenti a un’attività, quella speleologica, che abbraccia molte discipline e attività scientifiche. Alle domande poste sopra non risponderemo qui, a parte l’ultima (chi ve lo fa fare di andare nelle grotte?), in cui riportiamo le parole di un grande scienziato, astrofisico e speleologo, Giovanni Badino. “Il fatto che è molto bello. È un’attività nella quale si prende un mucchio di freddo, ci si bagna, si spendono soldi, si fa spesso una fatica veramente bestiale: ma nell’insieme è molto bella. Forse il lettore penserà: “sarà perché vedete dei posti belli, delle belle concrezioni”. Sì, certo, nelle montagne ci sono cose e luoghi estremamente belli, ma non è solo (e non è tanto) quello il motore: infatti capita molto più spesso di attraversare posti esteticamente dubbi o decisamente brutti e le concrezioni sono sempre rare. Il motore principale che ci spinge sottoterra è la possibilità di scoprire un immenso mondo inesplorato. Si viene a scoprire che esiste il mistero nel territorio che ti circonda, scopri pareti e precipizi nell’oscurità di luoghi impensabili, scavati poco al di sotto di posti solari che facevano credere di essere completamente abbracciabili con lo sguardo. A volte si riesce a vagare in mondi giganteschi e mai visti da esseri umani, a esplorare i fiumi a monte delle sorgenti, a contemplare il riunirsi delle loro acque nel buio. Si imparano a vedere le montagne non solo dotate di superficie, ma di volume, e “diventare astronauti” capaci di attraversarle. Insomma, spesso ne vale veramente la pena.” (G. Badino 1998).
Che la grotta sia un ambiente ostile e inusuale è una realtà. Andrea Gobetti, grande scrittore e speleo-esploratore, ha descritto le principali difficoltà che si incontrano in grotta come sette draghi da affrontare: 1. Il drago del vuoto. Il senso di vertigine che si prova in grotta è frequente, sia nei percorsi sub-orizzontali, mai lineari, sia nelle verticali, appesi a una corda e immersi nel vuoto. Secondo Roger Caillos, una categoria fondamentale del gioco è quella dei giochi di vertigine, che consistono nel tentativo di distruggere per un attimo la stabilità della percezione e di far subire una sorta di voluttuoso panico lucido. Spesso queste attività portano con sé un rischio, in cui il protagonista abbandona se stesso all’ebbrezza dei sensi. Il senso di autoefficacia ne risulta rinforzato ogniqualvolta se ne esce indenni dalla prova, ovvero come dice F. Nietzsche, “Le prove a cui sopravviviamo ci rendono più forti.” 2. Il drago del pieno. “Non si passa… mi infilo io. Sembra di un largo accettabile, quand’ecco che raggiungo il fatidico ventitré (cioè 23 cm, strettoia larga poco più di un foglio A4 nel lato corto)! Allora si scatenano le ire interne di quando ti senti bloccato e non ti puoi più muovere. Gli arti non hanno gioco per procedere o retrocedere. Il petto è costretto nella morsa delle antiche pareti. L’ira non è una buona compagna in queste occasioni e con le antiche pareti possiamo conviverci. Urge calmarsi, ambientarsi, respirare e farsi passare i pensieri tipo: … si potrebbe rimanere incastrati senza che nessuno possa più venire a tirarci fuori… se passo di là e poi non riesco più a tornare fuori? Urge calmarsi, ambientarsi, respirare e pensare che prima di te qualcuno c’è passato: non sarà mica stato proprio un incosciente? Dopo queste pippe mentali decido che si va ora, o mai più. Osservo la silhouette del passaggio e intuisco la sequenza dei movimenti da fare per poter rimanere nella parte con maggiore spazio. Entrata di taglio mantenendosi alti per poi fare un abbassamento repentino e spinta finale. Il parto così dovrebbe riuscire. Pronti, partenza, via. I movimenti immaginati sono d’aiuto. Lo stretto si sente tutto: il casco s’incastra e si deforma, il braccio non ha più gioco per portarsi avanti e diventa un impedimento. Forse serve solo l’ultima spinta, ma a tempo debito: prima bisogna respirare e riprendere a fare movimenti morbidi. Ultima spinta e … puff. Usciti dallo stretto. Ohhh, adesso sì che si sta larghi, ma con 18 metri di vuoto sotto il naso” (tratto dal resoconto dell’uscita del 5 febbraio 2023, M. Manea GSM Malo). Questo è il drago dei pieni! 3. Il drago del buio. L’ambiente sotterraneo si sottrae all’avvicendarsi del giorno e della notte. In grotta vi è il buio senza paragoni. Il ciclo circadiano, ovvero il nostro orologio biologico, si scombina e con esso le nostre funzioni metaboliche, in particolare durante lunghe permanenze in grotta. 4. Il drago del labirinto. All’esterno ci muoviamo generalmente in spazi con la possibilità di vedere l’orizzonte e solo occasionalmente incontriamo ostacoli. In grotta si è costretti ad avanzare spesso sfregando contro le pareti, soffitti e pavimenti, in circuiti poco lineari e talvolta contorti.
5. Il drago della terra. Il mondo sotterraneo è quasi totalmente minerale, segue andamenti spesso imprevedibili e costringe talvolta al passaggio sotto i crolli e le frane, magari sotto enormi massi appoggiati in equilibrio sui propri angoli da millenni. Il tratto che congiunge il Buso della Rana e il Buso della Pisatela nell’Altopiano Faedo-Casaron attraversa una frana lunga circa 30 metri. 6. Il drago dell’acqua. Il prezioso bene dell’acqua che attraversa le grotte e frequentemente ricarica falde e serve acquedotti, talvolta si può rivelare un pericoloso nemico dell’uomo in caso di piene improvvise, allagamenti e ingrossamento di cascate. Osservando i dati del soccorso speleologico CNSAS nell’Altopiano Faedo-Casaron, salta all’occhio come gli interventi dovuti a blocchi causati dalla piena del torrente che scorre all’interno del Buso della Rana siano la causa maggiore di interventi. 7. Il drago del tempo. La percezione del tempo è influenzata da differenze biologiche, culturali e personali. La capacità di pensare al tempo, che permette di muoversi in forma astratta tra il passato e il futuro, è specifica della specie umana: questo è il tempo noetico (tempo della mente). Il tempo percepito è anche condizionato dall’alternarsi del giorno e della notte, caratterizzati da luce e buio. In grotta, l’assenza di luce modifica le percezioni e le stimolazioni fisiche e, di conseguenza, il metabolismo. La percezione del tempo è spesso dilatata. Se il tempo epigeo scandisce la nostra quotidianità, in grotta è necessario cambiare registro. Lunghe e faticose permanenze in condizioni di freddo, umidità e, a volte, solitudine; dilatate attese ad aspettare i compagni o farsi aspettare; ansie e preoccupazioni di chi ci attende fuori senza possibilità di avvisare dei ritardi: praticamente un “drago minaccioso”. In buona sostanza, fare speleologia è un’esperienza altamente discontinua rispetto ai normali meccanismi del funzionamento umano: incontrare paure arcaiche, affrontare il rischio, osare contro il simbolismo che rappresenta l’ambiente ipogeo ostile e pericoloso, vivere fatiche e notevoli scomodità. I draghi, in prima istanza, possono sembrare frapporsi e contrapporsi al desiderio di fare l’attività speleologica ma quando si addomesticano, grazie a un progressivo adattamento ed equilibrio mentale, si raggiunge l’armonia e la pace con l’ambiente ostile. Allora la speleologia diventa una pratica quasi irrinunciabile, compensatoria, terapeutica e arricchente, che ti rende eclettico e ti offre grandi privilegi. Insomma, ne vale la pena.
Alcuni studi generali sulle attività estreme, speleologia inclusa, e altre recenti ricerche specifiche sugli speleologi hanno evidenziato come questa attività accresca il benessere percepito e migliori lo sviluppo di alcune competenze. • Flow: il paracadutista, il subacqueo, l’alpinista, lo speleologo affrontano situazioni in cui il minimo errore, la minima distrazione può costare loro la vita. Tutte le informazioni del mondo esterno e interno sono severamente selezionate; ciò che è superfluo viene scartato. Pensare, sentire e volere si fondono armoniosamente, diventando un tutt’uno con l’azione. Talvolta la perdita della cognizione astratta di sé è così totale da determinare una comunione con ciò che ci circonda. Questo momento è descritto come magico (Semler 1996, in Agolini G. Il mondo interno - Un percorso tra speleologia e psicologia). È un momento di particolare grazia, spesso ricercato in modo inconsapevole e che si manifesta nell’attività di massima concentrazione. Il pieno appagamento, caratterizzato dalla perdita del senso del tempo e dalla sensazione di assoluta immersione nel momento presente, dimenticando ciò che si lascia in superficie, è definito dallo psicologo Csikszentmihalyi come “esperienza ottimale,” una condizione psicologica positiva che si tende a replicare. • Tolleranza all’incertezza, minore ansia, gestione dello stress: le persone che praticano attività estreme, tra cui la speleologia, sviluppano una maggiore tolleranza all’incertezza, minore ansia e una migliore capacità di gestione dello stress.
• Superamento di limiti e paure: l’attività in grotta implica l’uscita dalla propria zona di comfort, promuovendo lo sviluppo di nuove competenze, il superamento dei limiti e delle paure, e un maggiore autocontrollo. L’esperienza ripetuta di uscire dalla zona di comfort in grotta permette allo speleologo di ampliare la propria zona di comfort nella quotidianità, con conseguenti ricadute positive sul benessere psicologico. • Lavoro in team: l’interazione sociale nella speleologia assume una modalità di cooperazione, in vista di un obiettivo comune. La cooperazione, ovvero la capacità di lavorare in gruppo, è una condizione necessaria per esercitare la pratica speleologica. Essa è un elemento cardine del benessere soggettivo. • Perseverare: in grotta non c’è il maniglione antipanico delle palestre; per riguadagnare la superficie, lo speleologo deve ripercorrere a ritroso il cammino già fatto, senza alcuna alternativa. In questo senso, l’attività diventa una palestra per esercitare la resilienza, cioè la capacità di affrontare e superare eventi e situazioni traumatiche e difficoltose. • Abilità visuo-spaziali: queste abilità sono utili a trasformare rappresentazioni e immagini mentali, come ad esempio ruotare mentalmente un oggetto, e comprendono le abilità di orientamento che ci forniscono informazioni relative alla posizione del proprio corpo e degli oggetti circostanti nello spazio. Ci si può creare una mappa mentale dell’ambiente sia dopo averlo percorso, sia dopo aver ascoltato la descrizione dello stesso. In speleologia, l’intensa esperienza motoria e sensoriale in ambienti irregolari e con visibilità limitata (piccolo raggio della lampada frontale) è motivo per gli speleologi veterani di sviluppo di abilità visuo-spaziali, come ruotare gli oggetti mentalmente. Le persone che riescono a orientarsi bene in un determinato tipo di ambiente spesso trasferiscono queste competenze nella vita quotidiana, come ad esempio guidare in strade sconosciute. • Maggiore indice di benessere: è stato riscontrato che gli speleologi presentano un maggiore indice di benessere rispetto alla popolazione generale. In particolare, chi pratica speleologia gestisce bene le situazioni critiche ed è meno vulnerabile all’ansia e allo stress. Inoltre, gli speleologi sembrano essere in grado di superare efficacemente anche i momenti di tristezza. In conclusione, la speleologia rappresenta non solo un’attività fisica e scientifica, ma anche un’esperienza che arricchisce il corpo e la mente, ampliando i confini della conoscenza personale e collettiva. Marcello Manea e Matteo Scapin
Agolini G. (1999), Il mondo interno - Un percorso tra speleologia e psicologia. Padova, Tesi di psicoterapia breve G. Badino (1998), Grotte e Speleologia: tutto quello che avreste voluto sapere sulle Grotte, ma non avete mai saputo a chi chiedere, Genova, Società Speleologica Italiana Bly R. (2014), Il piccolo libro dell’ombra, per scoprire il nostro lato oscuro, ed. Red! Cocco F., Scorzato E., Dall’Olmo A, Gasparella R. (1979), Malo e il suo Monte. Storia e vita di due comunità, Amministrazione comunale di Malo Cocco L. (1993), Ciclo della vita umana e ciclo dell’anno a Faedo di Monte di Malo, Folclore, immaginario popolare e grotte, Atti del convegno al Castello di Schio 27/28 novembre 1993, G.G. Schio, Tipografia Editrice Safigraf, pag 147-152 Corsale B. (2013), “Il benessere nel buio – ricerca con 200 speleologi, articolo in Speleologia 2013 pubblicato dalla S.S.I. - Societa Speleologica Italiana De Vivo T., Rappresentazione mentale del corpo negli speleologi. Articolo in Speleologia Veneta n. 24 del 2024 Gruppo di Ricerca La Turritella (1993), Leggende, racconti, miti tra la Val Leogra e la Valle dell’Agno, Folclore, immaginario popolare e grotte, Atti del convegno al Castello di Schio 27/28 novembre 1993, G.G. Schio, Tipografia Editrice Safigraf, pag 137-146 Tessaro Q. (2022), Monte di Malo e le sue acque, Acqua e terra della Valleogra, Sentieri culturali n°3, Grafiche Marcolin Ed. Schio, pag.61-81 F. Gherlizza (2009), Grotte e leggende, tratto dalle Lezioni Società Speleologica Italiana Zavagnin M., Meneghetti C., Muffato V, Esperienze nell’ambiente ipogeo: quali caratteristiche e abilità hanno esperti e non esperti in speleologia? Articolo in Speleologia Veneta n. 24 del 2024