Camminare per l’Altipiano di Faedo-Casaron non vuol solo dire calcare i piedi su milioni di anni di storia geologica, ma anche inoltrarsi all’interno di un’istantanea paesaggistico-forestale che fa parte di un film di cui siamo solo fugaci spettatori. Passeggiando tra i prati e i boschi dell’altipiano, infatti, vediamo un ambiente che ci sembra immobile e immutabile, sfondo alle vicende umane che da millenni si susseguono su queste terre. In realtà, anche questa “quinta vegetale” è in continua evoluzione e movimento, e si interseca in maniera intima con la nostra storia: solo che non ce ne rendiamo conto a causa della sua lentezza di movimento, molto inferiore rispetto alla nostra, soprattutto in questi tempi frenetici che spesso non ci consentono di goderci il viaggio. Ecco allora che, agli occhi di un viaggiatore attento, può capitare di intravedere in mezzo al bosco i resti di un muro a secco, o addirittura di una vecchia contrada, inglobati in modo ormai irreparabile dalla natura. Cosa significa? Nella continua lotta alla sopravvivenza degli individui e degli ecosistemi naturali, in questo caso hanno vinto i secondi, prendendo possesso, in relativamente poco tempo, di secoli di storia fatta di terreni dissodati e instancabilmente coltivati al fine di garantire una sussistenza a qualche famiglia, ormai persa nell’oblio del tempo. Il paesaggio quindi muta nel tempo in continua relazione e reazione alle attività umane. Guardando le foto d’epoca, infatti, non è raro osservare come i nostri monti fossero molto meno boscati di oggi, mentre le pianure avevano una tessitura di alberature molto fitta, atta a garantire un’economia di sussistenza che ha permesso alle passate generazioni di farci arrivare a oggi. Ora invece quel paesaggio, che ha accompagnato i nostri antenati fino a una cinquantina di anni fa, si è completamente trasformato, facendo invertire la copertura arborea, che dalla pianura ha lasciato spazio all’urbanizzazione e si è spostata sulle colline e sui monti: non possiamo proprio dire che coincida con la nostra idea di immobilità degli alberi. E oggi più che mai questo dinamismo sta accelerando, aiutato dai cambiamenti climatici che mettono a dura prova gli equilibri che nei secoli hanno caratterizzato l’Altipiano di Faedo-Casaron. Ecco allora che quanto verrà di seguito descritto vuole essere un’istantanea di questo periodo storico, senza alcuna velleità di perennità o eternità. Molto probabilmente, difatti, le specie arboree più resistenti alla siccità e alle alte temperature prenderanno un po’ alla volta il sopravvento rispetto a quelle maggiormente bisognose di acqua e temperature miti, cambiando quindi il volto dei boschi così come siamo abituati a vederli. E ciò, inevitabilmente, muterà anche il contesto di molte specie animali, facendone scomparire alcune e introducendone di nuove. Per ora, possiamo descrivere il paesaggio forestale dell’Altipiano di Faedo-Casaron composto dalle seguenti formazioni forestali: - orno-ostrieti - ostrio-querceti - carpineti - castagneti e rovereti - faggete - formazioni artificiali Queste formazioni forestali prendono il nome delle specie arboree che più sono rappresentative in una determinata area, portando con sé poi un corredo vegetazionale ampio, che sulla base delle specie presenti può dare indicazioni di maggior dettaglio sulle formazioni forestali. Dato il taglio divulgativo della pubblicazione, si terrà la denominazione generale sopra elencata, rimandando poi i più curiosi ai testi specialistici dedicati alla vegetazione vicentina e veneta. Segue ora una panoramica delle formazioni forestali più rappresentative dell’Altipiano di Faedo-Casaron.
La specie principale è il carpino nero (Ostrya carpinifolia) accompagnata, nelle situazioni meno estreme dal punto di vista di disponibilità idrica, dall’orniello (Fraxinus ornus). Altre specie, ritenute secondarie, sono: sorbo montano (Sorbus aria), faggio (Fagus sylvatica), pioppo tremulo (Populus tremula), ciliegio selvatico (Prunus avium), salici (Salix appendiculata), tiglio (Tilia cordata), acero montano (Acer pseudoplatanus), sorbo degli uccellatori (Sorbus aucuparia), castagno (Castanea sativa), carpino bianco (Carpinus betulus), corniolo (Cornus mas) e noce (Juglans regia). È la formazione più tipica dei versanti dell’altipiano, caratterizzati da maggiori esposizioni e conseguente a disponibilità idriche minori, dove il carpino nero dimostra le migliori capacità adattative. Nelle situazioni più favorevoli è anche possibile trovare il cerro (Quercus cerris). Questa quercia è rara nelle nostre zone: tuttavia è stata rinvenuta anche nell’Altipiano di Faedo-Casaron, a testimonianza di una formazione forestale non più presente, probabilmente sia per motivi climatici che per interferenze antropiche.
Anche in questo caso la specie principale è il carpino nero, che qui si accompagna principalmente alla roverella (Quercus pubescens). Rispetto alla formazione precedente, qui le specie prediligono ancor di più le situazioni cosiddette xeriche, ossia dove la disponibilità idrica (per esposizione e/o tipologia dei suoli) è minore. Altre specie rinvenibili in questa formazione sono: orniello, carpino bianco, olmo (Ulmus minor), castagno, acero campestre (Acer campestre), ciliegio selvatico, sorbo montano, ailanto (Ailanthus altissima), maggiociondolo (Laburnum anagyroides), rovere (Quercus petraea), tasso (Taxus baccata), bagolaro (Celtis australis) e pioppo tremulo. Nei versanti più rocciosi ed esposti a sud non manca lo scotano (Cotynus coggygria), che nel periodo della fioritura regala nuvole evanescenti tendenti al violaceo.
Nei fondivalle, nelle doline e nei versanti più freschi troviamo la formazione del carpineto, dove a farla da padrone è il carpino bianco. Questa specie è molto esigente in termini di disponibilità idrica, motivo per cui la si trova nelle stazioni più favorevoli. Ad accompagnarla ci sono: farnia (Quercus robur), acero campestre, olmo, frassino (Fraxinus excelsior), ciliegio, castagno, orniello, sorbo montano, acero montano. Questa formazione non è molto frequente: le condizioni favorevoli richieste dal carpino erano le medesime che l’agricoltura di collina e prima montagna richiedeva, e nella competizione le formazioni di carpino bianco hanno avuto la sorte peggiore. Con l’abbandono dei coltivi e dei prati il bosco ha fatto il suo ritorno, creando quindi i presupposti per il rientro del carpino. Le successioni forestali, tuttavia, non sono così immediate, per cui servirà molto tempo per ritrovare estesi carpineti nell’Altipiano di Faedo-Casaron, al netto ovviamente dei cambiamenti climatici, che stanno rivoluzionando le tendenze di cui le scienze forestali potevano vantarsi di conoscere. In quei terreni abbandonati ora prevalgono formazioni a acero campestre e frassino, specie cosiddette pioniere e che rapidamente hanno trasformato parte del paesaggio di questo altipiano.
Nei terreni più acidi, caratterizzati dalle formazioni legate a fenomeni vulcanici, non possono mancare le formazioni a prevalenza di castagno e rovere. Tra le due, poi, troviamo con maggiore facilità il castagno, legato soprattutto alle necessità alimentari di un passato non così lontano. Un vero e proprio “albero del pane”, il castagno riusciva a mantenere le famiglie sia con i frutti che con il suo legno, che poteva essere usato sia come paleria che come tavolame, data anche la sua estrema durabilità nei confronti degli agenti atmosferici. I boschi di castagno erano caratterizzati da una profonda pulizia del sottobosco, che garantiva una maggiore produttività per mancanza di concorrenza e una facilità nella raccolta dei frutti nel periodo autunnale. L’abbandono delle contrade e delle conseguenti cure colturali dei boschi hanno permesso l’ingresso di altre specie, come ad esempio l’orniello, l’acero campestre, i salici, il ciliegio selvatico, il tiglio.

In questo caso, la specie dominante è il faggio, che che si trova nei terreni posti alle quote più elevate dell’Altipiano di Faedo-Casaron. Spesso tale formazione è monospecifica, cioè trova spazio quasi esclusivamente il faggio; in altri casi è accompagnato da carpino bianco, frassino, acero montano e campestre, ciliegio, orniello, tiglio e olmo. È la formazione più scenografica tra quelle riscontrabili nell’altipiano, dove le piante di faggio svettano come colonne di una cattedrale gotica e si ha l’impressione di essere immersi in una foresta mitteleuropea, e non sul crinale che separa le valli dell’Agno e del Leogra.
Se, come finora detto, l’attività dell’uomo ha mutato le condizioni forestali dell’Altipiano del Faedo-Casaron soprattutto mediante l’abbandono, val la pena ricordare che ci sono state anche azioni di cambiamento attivo più o meno volontarie. Tra queste, evidenziamo la presenza di specie invasive e l’impianto di sistemi forestali artificiali. Il primo punto, ossia il favoreggiamento più o meno consapevole di specie invasive, ha fatto sì che le for-

mazioni fin qui descritte siano intaccate dalla presenza di robinia (Robinia pseudacacia) e di ailanto. Le due specie non sono originarie del continente europeo (la robinia è americana, mentre l’ailanto proviene dal sud-est asiatico), ma hanno trovato nel nostro territorio le condizioni ideali per crescere e prosperare. La loro capacità riproduttiva è tale da creare formazioni praticamente pure, e ogni intervento umano di contenimento, se non continuativo, non fa altro che accrescerne la vigoria. Mentre la robinia è nel nostro Paese da oltre 300 anni, e si è ormai capito che dopo circa un trentennio di vigore va via via a perdere di intensità, lasciando spazio alle formazioni forestali originarie, l’ailanto è relativamente recente come introduzione, e conseguentemente non è ancora chiaro come fermarne l’avanzata, che sembra ormai inesorabile. I sistemi forestali artificiali, invece, sono piantagioni di specie ritenute interessanti dal punto di vista economico fino a qualche decennio fa, e ora le mutate condizioni del mercato del legno non le hanno più rese interessanti, lasciando quindi nell’altipiano tracce di questa scommessa. Le piantagioni più recenti riguardano il noce: molti proprietari terrieri avevano approfittato, negli anni 90 del scorso secolo, di finanziamenti per generare reddito andando al contempo a diminuire le coltivazioni agrarie. Erano infatti i tempi in cui la Comunità Europea aveva visto nell’agricoltura intensiva un pericolo economico, ed ecologico, e voleva correre ai ripari incentivando altre forme di sfruttamento del territorio, più sostenibili dal punto di vista ambientale. Molti quindi avevano visto nel noce la specie di maggior interesse, quasi una dote da lasciare a figli e nipoti. Sfortunatamente, complice anche una gestione accurata delle piantagioni, ora il legno di noce non è più di moda, e quindi questo tesoretto viene lasciato lì, nel migliore dei modi ad aspettare tempi più propizi, nel peggiore portato al taglio per produrre legna da ardere. La seconda specie è l’abete rosso, e anche altre conifere, messe a dimora in tempi più lontani, sempre con la speranza di creare un valore aggiunto ai propri terreni. Anche in questo caso il mercato e la mancata gestione

selvicolturale hanno portato ad avere piccoli ecosistemi fuori zona, caratterizzati da specie poste fuori dal proprio habitat ideale, che stanno lottando per evolversi verso qualche sistema più consono all’ambiente circostante.
Come si è evinto dalle descrizioni delle formazioni forestali e dalla premessa a questo capitolo, uomo e boschi, per mantenersi in equilibrio, necessitano gli uni degli altri. Senza boschi, perderemmo tutta una serie di utilità, meglio note come servizi ecosistemici. I servizi ecosistemici sono i vari benefici che gli ecosistemi forniscono al genere umano: supporto (ad esempio nel ciclo dei nutrienti), approvvigionamento (ossigeno, legno, frutti…), regolazione (depurazione dell’acqua) e valori culturali (paesaggio, turismo…). Al contempo, senza l’uomo le formazioni forestali evolverebbero verso forme tali da non garantire l’erogazione di servizi ecosistemici utili all’uomo. Leggendo così sembrerebbe che sia l’uomo a dipendere dai boschi, e non viceversa: difatti la premessa era che al bosco serve l’uomo per stare in equilibrio, non certo per sopravvivere! Il mantenimento di questo equilibrio dinamico avviene attraverso attività cosiddette selvicolturali, ossia di lavorazioni del bosco che possono essere paragonate all’agricoltura, ma con tempi molto più lunghi. In questa coltivazione del bosco si cerca di massimizzare l’ottenimento di servizi ecosistemici, senza intaccare il capitale naturale. Il paragone ormai inflazionato è quello del conto bancario: esiste il capitale investito e gli interessi che da questo si generano. Un buon economista sa sfruttare gli interessi, senza intaccare il capitale. Allo stesso modo, il buon selvicoltore andrà a rimuovere, tramite i tagli colturali, solo la massa che si è accresciuta negli anni, senza minare l’ecosistema complessivo. E, sebbene leggendo commenti sparsi qua e là nel web sembra che il nostro paese sia verso la via della deforestazione, vogliamo ricordare come l’Italia sia oltre che per un terzo ricoperta da foreste, e che i tagli non vanno minimamente a intaccare il capitale, anzi sono molto più bassi rispetto al tasso di crescita dei nostri boschi. Quando quindi, camminando per l’Altipiano di Faedo-Casaron sentirete il suono delle motoseghe, non indignatevi: sono i custodi del territorio, che mantengono l’ambiente allo stesso modo in cui lo facevano i nostri nonni, e di cui ora stiamo godendo i benefici. Marco Grendele