Con oltre 30.353 metri di gallerie rilevate, il Buso della Rana è una delle grotte più lunghe d'Italia: un fiume sotterraneo che attraversa l'intero cuore calcareo dell'altopiano, esplorato senza sosta dagli anni '30 a oggi.
Il Buso della Rana (in alcune mappe chiamato anche Buca della Rana) per il suo ingresso di grandi dimensioni, e sicuramente per la presenza d’acqua che ne fuoriesce, è conosciuto da migliaia di anni dall’uomo. Nel 1952 il prof. Zorzi, dell’Università di Verona, fu tra i primi a individuare all’esterno, grandi quantità di piccole schegge ritoccate e quindi ad attestare la presenza di una stazione mesolitica o neo-eneolitica. Successivamente, negli anni 1954 e 1956 furono intraprese altre ricerche più approfondite, da parte del G.G. Trevisiol di Vicenza, in collaborazione con il Museo di Storia Naturale di Verona, dove venne ritrovato materiale risalente al XIV e XIII sec a.C. e confermata la presenza di un villaggio nell’area del parcheggio dell’odierno locale Incantamonte. Nel 1974 dei soci del G.S. Malo portarono alla luce reperti ceramici, riferibili all’età del bronzo medio (XVI-XIV sec. a.C.). Le ricerche archeologiche furono prima rallentate per la presenza di una cava di ghiaia nella zona antistante l’ingresso della grotta e poi arrestate dopo la creazione del parcheggio e del vicino locale. I primi scritti sul Buso della Rana li troviamo nella Storia del territorio vicentino di Gaetano Maccà, che nel 1813 così scriveva descrivendo la storia di Monte di Malo: ”In altro sito del monte di questa villa trovasi una caverna chiamata volgarmente Buso della Rana, la quale va molto in dentro, ed è situata nel Monte Grande, così detto, e rive del Pogian. In questo luogo vi è una sorgente di acqua chiamata Fontana della Rana, di cui abbiamo parlato anche nella storia di Malo. In questa villa vi sono dieci ruote di mulini, cinque dei quali sono girati dall’acque della suddetta Fontana appellato Rana, che comincia sotto il Monte Faeo ed esce dalla suddetta caverna detta Buso della Rana. Altre tre ruote sono girate da sorgenti che escono di sotto lo stesso Faeo, e altre due dall’acqua detta la Fonte situata a piedi del Monte di Malo in vicinanza di Malo. Tutte queste ruote vengono girate, come volgarmente dicesi, a coppello, perché l’acqua, invece di scorrere sotto la ruota, le cade sopra”. La prima esplorazione della grotta di cui si ha notizia, fu nel 1887, quando per l’eccezionale siccità si abbassò il livello dell’acqua del sifone iniziale e permise a un piccolo gruppo di Malo e Schio formato da Cesare Baldini, Don Giacomo Bologna e Valentino Castellani (padre del sindaco di Malo Girolamo), di oltrepassare anche il lago di Caronte e inoltrarsi all’interno della grotta. Di questa pionieristica esplorazione non si hanno, al momento, documenti scritti. Le ricerche da noi fatte presso la Biblioteca Bertoliana di Vicenza, dove si trova un’ampia raccolta di manoscritti di Don G. Bologna, non hanno permesso di trovare nessuna testimonianza scritta della storica giornata speleologica del 1887. Nemmeno i quotidiani dell’epoca, come La Provincia di Vicenza e Il Berico, riportano notizie dell’impresa, anche se viene descritto un periodo arido e secco tra metà agosto e metà ottobre 1887.
Altra visita storica al Buso della Rana è documentata nell’archivio del prof. Olinto De Pretto, socio fondatore della sezione CAI di Schio, dove si fa menzione di una gita CAI effettuata in data 25 marzo 1896 e a cui ne seguiranno delle altre. Nel 1903 il prof. R. Fabiani, visiterà la grotta per ricerche soprattutto di carattere geologico e idrogeologico. Infatti nel suo scritto fa riferimento a un fantomatico pozzo naturale in cui l’acqua della Rana si inabissa per fuoriuscire alla località “Abi” sotto Priabona e parla in questi termini: ”…ricorderò che una parte delle sue acque, poiché il resto esce dalla bocca, si sprofonda in un gran pozzo naturale per risorgere all’aperto, a quanto è lecito credere in corrispondenza del punto, dove comincia a farsi ripida la strada che sale a Priabona”. Il Fabiani aggiunge che l’anno successivo (1904 ndr), ritornerà presso il Buso della Rana per

accertarsi della presenza del pozzo e accenna a prove di tracciatura con coloranti e a una prova fatta da una guida locale con della crusca. Quindi si può intuire che la grotta era già visitata almeno dalla gente del posto e già oggetto di ricerche di idrologia. Nell’agosto 1922 B. Fracasso e L. Pizzolato della sezione del CAI di Arzignano, organizzano un’escursione al Buso della Rana che entusiasmò i partecipanti tanto da stimolarli a far nascere un gruppo grotte in seno alla sezione. Grazie alla volontà e capacità organizzativa nonché tecnica del rag. B. Fracasso, nel 1926 nacque il Gruppo Grotte CAI Arzignano, che come vedremo, avrà grande rilevanza nell’esplorazione del Buso della Rana e di altre grotte dell’altopiano. Da ricordare, poi, nel settembre del 1925, le ricerche biospeleologiche eseguite dai francesi Chappuis e Jeannel nelle pozze d’acqua prima del sifone, dove catturarono diverse specie di fauna cavernicola. Fino ad allora, l’ostacolo principale per la visita alla grotta era il sifone, posto a circa 250 metri dall’ingresso, che ostruiva completamente il passaggio impedendo ogni ulteriore prosecuzione. Sono poi registrate delle visite, sempre del G.G. Arzignano nel 1930. Come si vede nel primo rilievo disegnato forse da B. Fracasso o da C. Molon, è evidenziata una forte corrente d’aria fuoriuscire dal sifone. Nel giugno del 1933, il cav. Antonio Marchioro, Podestà del comune di Monte di Malo e proprietario del podere attorno all’ingresso del Buso della Rana, incaricò le maestranze di effettuare dei lavori di ricerca idrica all’interno e abbassando il livello di 30 centimetri dal soffitto, permise a Paolo Antoniazzi di Malo di passare oltre e arrivare alla Sala della Colonna. Aldilà del sifone, Antoniazzi ritrovò i resti della scala di legno utilizzata da Don G. Bologna e compagni nel 1887. Nel luglio 1933, quando il livello del sifone si era abbassato ulteriormente, Paolo Antoniazzi con Antonio Pernigotto e Giorgio Marchioro, ritornarono al Buso della Rana e grazie all’utilizzo di una “meʃa” (vasca di legno lunga e rettangolare a sezione trapezoidale entro la quale si scotta il maiale per levarne il pelo), superarono il Laghetto di Caronte e arrivati al Trivio, presero il ramo di destra detto delle marmitte, che sebbene con acqua profonda sembrava essere il più agevole. I tre rimasero in grotta per ben 10 ore e una volta usciti si apprestarono a organizzare una nuova spedizione questa volta con più persone.
È del 21 luglio 1933 una grande spedizione anche con l’aiuto della Sezione dei pompieri, dove parteciparono oltre ai tre,

anche G. Romagna, A. Bazzon, A. Antoniazzi, U. De Vicari, dott. F. Dalla Vecchia e altri di Malo. In questa terza esplorazione visitarono sempre il Ramo delle marmitte per quasi 600 metri e la compagnia rimase all’interno della grotta per 12 ore esplorando il Ramo Attivo di Destra. Il 19 luglio 1933 anche gli speleologi di Arzignano, con C. Molon e B. Fracasso e B. Serafini, entrarono all’interno e visitarono la grotta fino alla cascata del Ramo Principale. L’esplorazione completa fino all’Androne Terminale avverrà il 27 agosto 1933 e parteciparono C. Molon, B. Fracasso e B. Serafini di Arzignano oltre a P. Antoniazzi, A. Pernigotto e G. Marchioro. In quella occasione gli arzignanesi affissero sulla parete un chiodo da roccia a cui assicurarono una targa ricordo in bronzo recante l’emblema del Fascio Littorio e con inciso: “A. XI 27-8 Gruppo Speleologico CAI Arzignano”. È in questo contesto che si inserisce la figura di G. Trevisiol di Vicenza, il quale, venuto a conoscenza delle novità esplorative all’interno del Buso della Rana, iniziò a interessarsene insieme al Gruppo Grotte dell’Unione Vicentini Escursionisti, sorto nel 1932. In quattro successive uscite nel 1934, riuscirono a effettuare diverse fotografie degli ambienti sotterranei, ma per mancanza di attrezzature adeguate e di qualche incidente per fortuna senza conseguenze (scivolamento e caduta nella pozza d’acqua, nel tentativo di arrampicare per raggiungere la finestra della cascata) non riuscirono a superare la cascata del Ramo Principale. È durante questa uscita del 10 giugno 1934 che i vicentini, nel traghettare con i pneumatici rievocheranno l’immagine del nocchier de la livida palude “il vecchio Caron dimonio dagli occhi di bragia“ e così battezzeranno quel luogo “il passaggio di Caronte“ che poi divenne Laghetto di Caronte. Gli arzignanesi saputo della spedizione dei vicentini, scrissero su un giornale locale con toni ironici, invitandoli ad avventurarsi più in profondità nella grotta e a raggiungere la targa ricordo posta da loro nell’agosto del 1933. Colpiti nell’orgoglio, i giovani vicentini furono spronati a raggiungere il limite esplorativo della grotta e così dopo 7 ore di “sforzi inauditi” raggiunsero anche loro l’Androne Terminale. L’entusiasmo per l’impresa compiuta convinse G. Trevisiol e alcuni amici a fondare il Gruppo Grotte CAI Vicenza, nato sul finire del 1935. Le attività di esplorazione al Buso della Rana si intensificarono, con decine e decine di uscite e la stesura ufficiale del rilievo. In questi intensissimi anni, prima della Seconda Guerra Mondiale, il G.G. Vicenza e S. Sartori effettuerà il primo studio approfondito sul Buso della Rana con fotografie, studi sulla fauna cavernicola, sulla geologia, sulla circolazione dell’aria e le varie temperature, tutto materiale che porterà alla pubblicazione nel 1941 di un importante studio sul Buso della Rana apparso sul bollettino del CAI Vicenza. Nello stesso periodo in cui si formò a Vicenza un importante movimento speleologico, il G.G. Arzignano cessò ogni attività a causa di impedimenti del rag. B. Fracasso e nel 1935 tutto il materiale storico e le relazioni delle attività passarono nell’archivio del CAI Vicenza che attualmente lo custodisce. Da segnalare che il G.G. Schio (a quel tempo Gruppo Grotte Val Leogra) che era pur sorto nel 1930, in quel periodo non partecipò mai alle esplorazioni al Buso della Rana, molto probabilmente per un accordo tra i due gruppi di suddivisione delle zone carsiche per una più efficiente ricerca. Si legge infatti su Le grotte d’Italia del 1930 (anno IV n. 3 Lug-Sett 1930) “Si convenne che la linea divisionale fra i due gruppi parta


da Campogrosso correndo sullo spartiacque fino al Civillina scenda a Malo e s’inoltri sulla trasversale Vicenza-Bassano creando così la zona orientale per il gruppo di Schio, mentre la parte occidentale di detta linea vicentina sarà zona per il gruppo di Arzignano”.
Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale interruppe le esplorazioni al Buso della Rana e bisognerà aspettare il termine del conflitto per nuove scoperte all’interno della grotta. G. Trevisiol perì sotto le macerie durante il bombardamento della città di Vicenza il 20 novembre 1944, B. Fracasso aveva già da tanti anni lasciato l’Italia per motivi di lavoro e così il primo timido risveglio speleologico fu portato avanti da giovani scout dell’ASCI provenienti da Schio, Marano Vicentino, Bassano del Grappa, Vicenza e della CNGEI di Vicenza e del G.G. Schio che ricominciarono a visitare la grotta con un rinnovato entusiasmo. Nel 1952 il Museo di Storia Naturale di Verona, con un finanziamento stanziato dal Comune di Verona, promosse una spedizione congiunta con il Gruppo Grotte SAT di Rovereto a cui parteciparono professori universitari e studenti con lo scopo di aggiornare i dati precedentemente raccolti nel periodo anteguerra e approfondire ancora le ricerche idrobiologiche, geologiche e paleontologiche. A questa spedizione che durò dal 26 al 31 dicembre, parteciparono il prof. Zorzi e i professori Sandro Ruffo, Angelo Pasa, Piera Niccoli, Arturo Pasa, il dr. Ermanno Laudanna e

lo studente universitario Sandro Bozzini tutti appartenenti al Gruppo Grotte A. Massalongo di Verona, il dr. Cesare Conci dell’Università di Genova e Antonio Galvagni e Livio Tamanini del Gruppo SAT di Rovereto/ Trento. Il Comando Forze Terrestri Alleate del Sud Europa mise a disposizione i mezzi di trasporto e la Società Elettrica di Valeggio sul Mincio fornì altro materiale utile all’impresa. Furono studiati i materiali di riempimento, il modo di formazione della grotta, la rete idrografica, la cronologia dei depositi, vennero effettuate misure termometriche delle acque e dell’ambiente, si raccolsero esemplari di fauna terrestre e all’esterno della grotta, avvenne la scoperta della stazione neolitica con la scoperta di alcuni manufatti di selce. A una seconda spedizione del 31 ottobre 1954, sotto la direzione del prof. A. Pasa, parteciparono anche i vicentini A. Broglio, A. Rigobello, A. Allegranzi che qualche mese dopo, nel dicembre 1954, ricostituirono il Gruppo Grotte grazie ad alcuni soci del CAI e a un gruppo di scout dell’ASCI e lo intitolarono alla memoria di G. Trevisiol. Si venne così a creare una forte collaborazione tra speleologi del G.G. “Massalongo” di Verona, del G.G. Trevisiol, del G.G. Schio e con la partecipazione del maestro R. Gasparella e altri giovani di Malo (un primissimo Gruppo Grotte Malo). Importanti risultati furono conseguiti, come la scoperta del Ramo Trevisiol (individuato da A. Pasa nel febbraio del 1955 fu percorso per la prima volta il 25 aprile del 1955) e del Ramo dei Ponticelli, la risalita dei primi tre camini del Ramo dei Salti utilizzando la tecnica del palo francese, la completa esplorazione del Ramo Destro dell’ingresso (esplorazione questa con gli scout di Vicenza, dove vennero superati i sifoni terminali che arrestarono gli scout di Marano Vicentino nel 1946) e venne effettuata la congiunzione tra Ramo Principale e Ramo attivo di Destra tramite il passaggio presso la Cascata (oggi chiamato “bidet” e la successiva Sala Nera). Interessante riportare la relazione di A. Broglio dell’uscita del 19 febbraio 1956, in cui gli speleologi trovarono la parte iniziale della grotta rivestita di una coltre di ghiaccio, evento che non si è più ripresentato negli anni successivi: “Il freddo di questi giorni che nella zona della Rana deve aver toccato punte di -20°C, ha influito in modo sorprendente sulla temperatura interna, determinando una corrente di aria fredda dall’esterno verso l’interno, con conseguenti fenomeni che non erano mai stati segnalati al Buso della Rana. Il tratto iniziale del Ramo Destro dell’Ingresso presentava stalattiti e stalagmiti di ghiaccio, alcune delle quali, alte qualche metro. Gelato il tratto terminale interno del Rana, e così pure il minore dei fontanazzi (l’altro era asciutto). Lo stillicidio che scende in corrispondenza alla Pila dell’Acqua Santa, aveva provocato una barriera di ghiaccio che precludeva il proseguimento, tanto che fu giocoforza rompervi un foro per permettere l’entrata, e in seguito allargarlo per il ritorno. Il sifone presentava uno strato di ghiaccio notevole, certamente superiore ai 10 cm; qui la corrente d’aria era notevolissima. Il passaggio del sifone si presentò naturalmente di massima facilità. Gelato anche il Laghetto di Caronte: lo spessore della crosta, 7 cm, permise il passaggio senza l’impiego del canotto. I piccoli specchi d’acqua fra il laghetto e il Trivio erano in parte gelati, ma lo spessore del ghiaccio era sempre minore. Lo stillicidio in corrispondenza alla Sala del Trivio, aveva ricoperto di un notevole velo di ghiaccio i blocchi sottostanti, mentre dal Ramo Principale e dal Ramo Destro, l’acqua scorreva come sempre verso il foro, e in piccola parte verso il laghetto. Da questo punto verso l’interno, non si è più notata la presenza di ghiaccio.” È poi del 1960 la pregevole e documentata monografia, scritta a più mani da A. Allegranzi, G. Bartolomei, A. Broglio, A. Pasa, A. Rigobello S. Ruffo sul Buso della Rana e che raccoglie tutto il sapere geologico, morfologico, idrologico e storico in quasi trent’anni di esplorazioni.
Dopo un periodo di relativa stasi, furono gli speleologi vicentini che raccolsero il testimone per proseguire l’esplorazione della grotta. Nel 1961 il G.G. Schio aveva proseguito l’esplorazione del Ramo dei Salti e nel 1962 intanto era sorto a Vicenza il Club Speleologico Proteo per iniziativa del prof. P. Mietto. Questo gruppo inizia a lavorare nelle zone del Labirinto, del Ramo del Pantano e del Trivio. Il G.G. Schio intanto nel 1964 risalirà altri camini al Ramo dei Salti, mentre nel novembre del 1965 disostruisce il Cunicolo dei Fontanazzi e riesce nella congiunzione con il Ramo Destro dell’ingresso, mentre al Trivio effettua delle ricerche idrologiche per verificare il collegamento con la Grottina Marchiori. Il G.G. Trevisiol continua nelle sue uscite al Buso della Rana e nel 1964 un gruppo di giovani organizzerà un campo di una settimana, rivedendo i rami noti ed esplorando quanto ancora possibile nelle parti più difficili. Nel 1968 nasce anche il G.S. Malo che con la piantina fotocopiata della grotta, comincerà a conoscerla e a fare le prime esperienze speleologiche, soprattutto lungo il Ramo Principale con alcune piccole esplorazioni come la scoperta della Sala Alta, la Finestra dei Genovesi, il Ramo Nero oppure il Ramo dei Bolognesi (quest’ultimo non risulta ancora nel rilievo e se ne è persa traccia). I veri protagonisti del 1969 saranno gli speleologi del G.G. Trevisiol, che dopo un primo breve avanzamento lungo il Ramo Trevisiol dove si arrestano di fronte a una cascatina a 5 metri di altezza, il 5 gennaio prendono in esame la zona terminale del Ramo Attivo di Destra, che finiva poco oltre una saletta con la targhetta lasciata da P. Antoniazzi nel 1933. Alla storica spedizione parteciperanno G. Appoggi, A. Broglio, P. Pretto, G. Quaglia, A. Rigobello, A. Galla, e P. Spiller, che dopo aver smosso dei sassi e infilatisi in un ambiente di crollo, riusciranno a trovare il passaggio per arrivare in Sala Pasa. Da qui la percorreranno tutta e trovato un passaggio parzialmente allagato, lo affronteranno bagnandosi fino al petto e percorsi altri 100 metri si arresteranno davanti a un bivio. In una delle successive esplorazioni i vicentini lasceranno con il nero fumo, nella bassa volta della galleria e proprio al bivio la scritta: “CAI VICENZA PARTIAMO!”. L’entusiasmo alle stelle portò i ragazzi di Vicenza a ritornare dopo due settimane dividendosi in due squadre: tre uomini lungo il ramo di sinistra dove verrà esplorato il Ramo delle Colate, mentre il gruppo più numeroso andrà diritto e superato il laminatoio si fermerà poco dopo in una saletta dove lascerà una targa metallica con incisa la data dell’esplorazione. Il 1969 è un susseguirsi di esplorazioni con centinaia di metri percorsi e nuove gallerie. Verranno esplorati e rilevati i Rami delle Cascate, il Ramo Principale di Sinistra, l’Anello dei camini e l’avanzata si arresterà a Sala Ghellini. Bisogna attendere il 3 ottobre del 1971 per arrivare a importanti scoperte, quando P. Spiller e P. Boscato dopo aver percorso una serie di gallerie fossili sbucheranno in Sala Snoopy. Sarà Spiller per primo a mettere piede nella nuova sala e a esprimere la sua grande soddisfazione con un fragoroso urlo di gioia. Da qui, zona centrale del Buso della Rana esploreranno il Ramo dei Ghiri, la parte a valle del Ramo Nero fino al sifone e proseguiranno a monte fino alla prima selettiva strettoia. La zona Peep sarà esplorata prima nel maggio e successivamente con una seconda uscita nel settembre del 1972, ma sembrando sommersa durante le piene della grotta, non fu più di tanto investigata.

Dell’estate del 1972 è invece la scoperta del Ramo della Faglia, quando P. Boscato con E. Gleria e A. Girardi, dopo una giornata a esplorare e rilevare tutte le più piccole diramazioni, percorsero l’ultima che li porterà fino all’enorme sala con lo spettacolare specchio di faglia. Dalla penna di P. Boscato: “…Allora avviso gli amici che parto per l’ultimo che s’apre più avanti, e li lascio alla loro bussola. L’apertura era stata intravista durante la prima esplorazione, a circa tre metri dal pavimento, ma mai il ramo era stato esplorato. Mi arrampico con cautela in una piccola parete di detrito e arrivato all’imbocco del cunicolo mi investe una forte corrente d’aria. È quasi un tuffo al cuore: l’aria fredda che mi entra dentro mi parla, mi dice che ho trovato il cunicolo giusto ed è un invito, quasi una sferzata a buttarmici dentro. La fatica è dimenticata, supero una curva, davanti a me un bel ramo su frana spazioso, il richiamo della corrente d’aria continua. Procedo in fretta, il cunicolo va in salita e si fa sempre più largo, una piccola sala, poi ancora su, un breve pozzo alla mia sinistra. Quanti metri ho percorso? Continuo ancora, veloce. Ogni passo è il primo passo, ogni raggio di luce della mia lampada è la prima luce tra queste rocce. Il buio che si chiude alle mie spalle, che mi separa dagli amici, è una porta serrata di dolce solitudine. Cammino leggero, mi dico, non lasciare segni, non ferire questo antico silenzio. D’improvviso compare alla mia sinistra un magnifico specchio di faglia di dimensioni mai viste in questa grotta. Di colore biancastro, sembra la fiancata di una nave tant’è liscio. Piccoli veli d’acqua ne evidenziano la regolarità. È molto lungo e fa da parete a una bella sala, sempre su frana…”. Nel febbraio del 1973 si ha anche l’inizio della partecipazione di speleologi padovani insieme al G.G. Trevisiol, alle esplorazioni al Buso della Rana con Sergio degli Adalberti, la moglie Eva Pasello, Riccardo Voltan e poi i fratelli Piero e Franco Ravazzolo. Avevano deciso di fondare un gruppo speleologico a Padova raccogliendo allievi dal mondo dello scoutismo e si deve a loro la realizzazione del posto tenda in Sala Pasa, della prima esplorazione di Sala dei cani fino alla successiva frana, per poi concludere l’attività speleologica in Rana nel 1974 con l’infortunio al Camino dell’incidente. Dove gli speleologi di Vicenza furono costretti a ripetute punte esplorative e a un gran lavoro di topografia, è stato il Ramo Nero che rappresenta il principale collettore sotterraneo che raccoglie tutte le acque della Val delle Lore. Soggetto a piene improvvise e violente, ha messo a dura prova gli speleologi, che con di-

verse uscite riuscirono nel settembre del 1974 a raggiungere Sala Settembre 74. Permanenze in grotta di 48, poi di 75 e addirittura di 130 ore, momenti di panico per il sopraggiungere delle piene, portarono gli esploratori ad allestire prima in Sala Snoopy (giugno 1972) e poi in Sala dei Tufi (aprile 1975), dei bivacchi fissi con depositi di cibo e carburo, utili per proseguire le ricerche e a vivere momenti di grande speleologia d’altri tempi. Dopo Sala Settembre 74, un meandro stretto e con un torrentello di acqua alla base, conduce a un passaggio molto stretto, forzato per la prima volta nel 1974 da C. Barbato e M. Da Meda dopo un lavoro di scavo durato ben sette ore. Infine il 12 settembre del 1977 vede una squadra composta da speleo del G.G. Trevisiol e di Malo superare lo stretto passaggio e arrivare a Sala della Foglia, dove infatti viene trovata una foglia di castagno ancora flessibile; dal cuore degli speleologi usciranno mille fantasticherie e mille idee sull’uscita oramai prossima del Buso della Rana, il tanto desiderato secondo ingresso. Da segnalare che nel maggio del 1974, nella zona del Camino dell’incidente, ci fu l’infortunio allo speleologo padovano S. Bodin che nel trattenere con la corda il volo del primo in risalita fu sbalzato via riportando la frattura della base cranica. A seguito di questo episodio, ma anche per salvaguardare la grotta dall’inquinamento turistico, sotto forma di ogni genere di oggetti abbandonati: rifiuti, bottiglie, thermos rotti, batterie, ecc… i gruppi vicentini decisero di installare un cancello al sifone fornendo le chiavi ai gruppi della provincia. L’esperimento durò solo qualche mese perché i cancelli vennero segati e buttati all’interno del laghetto di Caronte. Ora passando il sifone non si può non notare le inferriate arancioni a testimonianza di un sentimento ecologico già vivo negli anni ’70. Il Buso della Rana si rivela anche al C.S. Proteo, che dopo scavi intrapresi con costanza, regala i primi risultati e dal Ramo dei Ponticelli negli anni 1972/74, scoprirà il Ramo del Congiungimento e quindi il bellissimo Ramo Verde. Percorrendo il corso d’acqua si arriva a un’imponente serie di gallerie, Ramo Scaricatore e Ramo dei Sassi Mori. Nel 1976 viene scoperto anche il Ramo dei Sabbioni che si dirige a Nord, terminando in una zona denominata Capo Horn non lontano dalla zona finale del Ramo Nero. Nel 1978, decennale della nascita, il G.S. Malo decide di costruire la ferrata per permettere il superamento del Laghetto di Caronte senza più il canotto. Nello stesso anno intraprende la risalita sistematica di tutte le pareti del Ramo dei Salti, grazie soprattutto alle capacità di arrampicata libera di M. Dalla Vecchia. Vengono risaliti oltre 170 metri di dislivello raggiungendo la quota di +220 metri rispetto all’ingresso. L’esplorazione terminerà in un bellissimo salone, che verrà dedicato alla memoria di Paolino Antoniazzi. Nello stesso periodo il G.G. Schio terminerà la risalita del Camino Natale 77, lungo il Ramo Principale raggiungendo un dislivello positivo di +72 metri. Dal 1978 al 1980 il C.S. Proteo, continua nell’esplorazione e nel rilievo del Ramo dei Sabbioni che presenta


una serie di diramazioni chiamate Anelli. In particolare viene scoperto un nuovo corso d’acqua denominato Rio Oruro, che scorre parallelo al Ramo dei Sabbioni e poi il Ramo del Canyon.
Nel 1980 i fratelli Rossetti del CAI di Padova, mentre percorrono i rami di sinistra con una breve arrampicata, scoprono un grande ramo fossile che si dirige verso Sud-Est. Ne informano il G.G. Trevisiol che ha modo di esplorare e quindi rilevare il Ramo Fossile di Sinistra, che con uno strettissimo pozzetto risbuca nel Ramo Trevisiol. In questi primi anni ’80, si entra nella dimensione verticale del Buso della Rana, molto probabilmente per l’esaurirsi delle grandi esplorazioni orizzontali, ma anche per il perfezionamento delle tecniche di risalita. Mentre il G.G. Schio nel dicembre 1980, inizia la risalita del Ramo Giacomelli, che impegnerà il gruppo per diversi anni con risalite anche di 130 metri e raggiungendo un dislivello positivo di +251 metri dall’ingresso, il G.G. Trevisiol sarà impegnato in quegli anni nella risalita del Ramo Silvestro (+65 m), del Camino Tutankamen (+80 m), del Camino di Damocle (+40 m) e del Camino di Q43 lungo il Ramo Principale. Nel 1982 il G.G. Schio, dopo un lavoro di scavo durato parecchi giorni riesce a congiungere il Ramo Trevisiol al Ramo Verde e battezza le nuove gallerie Ramo Messico, realizzando un bellissimo anello interno dov’è possibile ammirare i diversi aspetti geomorfologici della cavità. Nel 1983, dato il crescente interesse per i fenomeni carsici dell’Altopiano Faedo-Casaron, soprattutto a seguito dello sviluppo raggiunto dal Buso della Rana con le esplorazioni del Ramo Nero e del Ramo Verde, la Federazione Speleologica Veneta su indicazione di G. Gleria, presenza costante nelle esplorazioni dal 1969 al 1974, istituisce la Commissione Buso della Rana. Scopo dell’iniziativa è di fornire una migliore organizzazione ai vari gruppi speleologici operanti all’interno della grotta per evitare inutili e dannose sovrapposizioni di lavoro. Su iniziativa del C.S. Proteo viene istituita questa commissione alla quale aderiranno tutti i gruppi del vicentino allora presenti (G.G. Sette Comuni di Asiago, G.G. Schio, G.G. Giara Modon, G.G. Trevisiol, C.S. Proteo, G.S. Malo). La commissione, coordinata da E. Gleria e da F. Lanaro, si proponeva di riunire annualmente tutti i gruppi presso la sede del Proteo a Vicenza, raggruppando e rendendo omogenee le ricerche portate avanti dagli speleologi. La prima iniziativa presa dalla commissione riguarderà la scala da dare al rilievo del Buso della Rana che, da 1:1000, passerà a 1:500 per migliorare la chiarezza e il dettaglio del disegno. Inoltre ci si rende conto che il rilievo del Buso della Rana al 1983 considera solo gli sviluppi planimetrici (in pianta) della grotta, trascurando la parte spaziale verticale, questo perché nel primo periodo esplorativo si era alle prese con andamenti sub-orizzontali della grotta in cui il dato spaziale corrispondeva approssimativamente con il dato planimetrico. Ci si rende conto che negli ultimi anni le esplorazioni del Buso della Rana cominciano ad avere un andamento verticale, con la risalita di camini anche di notevoli dimensioni. Per evitare di dover rilevare nuovamente tutte le gallerie, la Commissione decide di adottare una soluzione di compromesso, con un campione di soli 3 km di gallerie e verificando l’incremento fra il dato planimetrico e quello spaziale, incremento che viene valutato per difetto intorno al 4%. A seguito di questo studio viene calcolato lo sviluppo complessivo considerando quindi non più il solo dato planimetrico (in pianta), ma anche quello verticale. Con l’aggiornamento dei nuovi rami scoperti nel frattempo, lo sviluppo del Buso della Rana incrementa il suo sviluppo passando ai 22’535 m e nel 1986 lo sviluppo complessivo sarà già di 23’279 metri. Durante una pausa dei lavori di scavo del G.S. Malo in zona Peep il 20/12/1980 F. “Ico” Lanaro e A. “Thony” Tessaro per primi si infilano in uno strettissimo budello lungo sette metri, chiamato Strettoia Paolo e sbucano in un grande ramo attivo che si dirige a Nord con una grande galleria. È l’inizio del Ramo Nord che con le numerose diramazioni, supererà i 3 km di sviluppo, raggiungendo le zone più lontane dall’ingresso e più vicine alla superficie esterna dell’Altopiano del Faedo. Poco dopo viene anche trovata una nuova via d’accesso più larga e facile da percorrere che verrà chiamata le Malebolge. Nel 1988 anche gli speleologi veronesi del U.S.V. tornano al Ramo dei Salti per risalire l’ultimo camino dopo Sala Antoniazzi e raggiungendo i +260 metri dall’ingresso e nello stesso anno il G.S.GEO CAI Bassano, assieme al G. Giara Modon di Valstagna, si impegnano nella risalita dei camini al Ramo dei G dopo l’Androne Terminale. In questo periodo verranno risaliti decine di camini, ma gran parte senza risultati di rilievo. Dopo le grandi scoperte degli anni precedenti, le possibilità di nuove esplorazioni sembrano esaurite. Forse un appagamento per il lavoro fatto fino a quel momento, forse la fine di un ciclo generazionale, sta di fatto che molti dei gruppi coinvolti nell’esplorazione del grande labirinto lasciano il Buso della Rana per altri terreni carsici più interessanti. Il 12 luglio del 1992 P. Comparin e altri del G.S. Malo, infilatisi tra dei massi in Sala Ghellini, risalgono un corso d’acqua fra marmitte e cascate, fino a raggiungere una sala e percorrendo quasi 300 metri del nuovo Ramo Attivo di Sinistra. Nell’inverno del 1993 sempre gli speleologi di Malo iniziano l’esplorazione del Gran Camino Papesatan e dopo aver risalito vari fusoidi per un dislivello di + 80 metri, vengono utilizzati fumogeni per stabilire un contatto con l’esterno, ma senza nessun risultato. Negli stessi anni il C.S. Proteo scopre il Ramo Pantarei di circa 230 metri, che collega la Sala da Pranzo con il Labirinto e altri piccoli rami come “A latere”, “Il cunicolo Lain”, “Il Pozzo orizzontale”, “ il Cunicolo dell’arrampicata” e “Il

Cunicolo del sifone” nel Ramo dei Sabbioni per quasi 400 metri di sviluppo. Dal 1995 in zona Anello dei Camini vengono esplorate dal G.S. Malo nuove gallerie e risaliti diversi camini fino al 2000, quando insieme agli speleologi del U.S. Verona e del G.G. Modon di Valstagna, si scoprono ambienti importanti come Madonna delle Rose e Damocle 2. In questo periodo le esplorazioni si concentrano soprattutto nel sifone finale del Ramo Nero. Convinti che la grotta abbia ancora possibilità di sviluppo, si organizzano varie spedizioni “intergruppi” per tentare di superare l’ostacolo. Il 26 dicembre 1992 lo speleosub E. Lazzarotto del G.G. Modon di Valstagna, supportato dagli speleologi di Malo, Valstagna e Rovereto, riesce a superare il sifone e scopre che la grotta continua in ambiente con aria. Il 18 settembre del 1993 seguirà un’altra esplorazione da parte di F. “Ico” Lanaro del G.S. Malo e M. Da Meda del G.G Trevisiol, che rilevano circa 250 metri di nuove gallerie e arrestandosi in una sala dove il torrente sgorga fra i massi e chiamano questa sala Ultima Spiaggia. Nel 1995 un’altra spedizione composta dagli speleo di Malo, Trento, Valstagna, Proteo e Schio raggiunge nuovamente il sifone del Ramo Nero e grazie all’intuito di P. “Kavejo” Panizzon e A. “Thony” Tessaro, viene individuato un by-pass del sifone. Si tratta di uno stretto cunicolo semi-allagato che una volta allargato nel 1998, permetterà di raggiungere le parti finali della grotta anche ai non speleosub. Nel 2003 il G.S. Malo organizza un campo di tre giorni in Sala della Foglia con l’intenzione di forzare la frana finale dell’Ultima Spiaggia anche se scavare sotto una frana instabile non risulterà agevole e sicuro; in quei giorni verrà scoperto anche il Ramo Nifargus. Durante questo campo gli speleologi del G.G. Schio, che stavano esplorando nel vicino Buso della Pisatela, sentono distintamente i rumori di trapani e colpi di martello e così la vicinanza tra le due grotte è accertata. La rivalità che per anni divideva i due gruppi speleo viene abbandonata e inizia una collaborazione per trovare una seconda uscita al Buso della Rana. Nel 2001 il G.S. Malo scopre lungo il Ramo dei Ponticelli, il Ramo del Sogno e nella zona di Capo Horn il ramo Acqualong. Nel 2003 viene rilevata la continuazione dopo la Sala Alta (Ramo Principale) a cui verrà


assegnato il nome di Ramo Alto. Nel 2007 invece, nel Ramo del Camino dell’Eco (Ramo Nord) spostando alcuni massi in uno stretto meandro, il G.S. Malo percorrerà un dedalo di gallerie e pozzi dello sviluppo di circa 850 metri, battezzato poi come Ramo Spalmer. Alla fine del 2008 gli speleologi del G.G. Trevisiol dopo una risalita di una decina di metri sul Ramo principale, poco dopo Sala della Lavina, scoprono un nuovo

sistema di gallerie di circa 1000 metri di sviluppo che si dirama proprio sopra le gallerie principali e va a intercettare il Camino Silvestro. Per ricordare il suo scopritore il ramo verrà chiamato Ramo Frankigna. Durante una traversata Frankigna-Camino Silvestro, verrà poi individuata una finestra con forte corrente d’aria, che porterà all’esplorazione del Ramo Emmequadro per altre centinaia di metri. Nel 2010 il G.S. Malo ritorna a scavare nella zona Peep, teatro di decenni di scavi in gallerie con tanta aria, ma occluse da una vasta frana. In quel periodo viene rivisto il Ramo del Pantegano di cui mancava il rilievo completo delle esplorazioni degli anni ’80. Nel primo decennio degli anni 2000, il Buso della Rana è investito da un’ondata di nuove visite degli speleologi, per il completo abbandono del carburo e per l’adozione dei nuovi impianti d’illuminazione a led. Le uscite in grotta non avvengono più nel solo fine settimana, ma anche dopo lavoro, fino a notte tarda e la grotta viene “addomesticata” con la sostituzione delle vecchie corde e il posizionamento di scalette di alluminio e pioli per superare piccoli dislivelli. Le strettoie vengono allargate e quindi i tempi di progressione sono completamente dimezzati. In questo periodo vengono risaliti una serie di camini anche in posti ritenuti scomodi come il Ramo Nero e con l’utilizzo di trapani a batteria molto più efficienti e performanti, vengono agevolate le scalate dei camini in artificiale. E venne il 2011. Da un desiderio mai sopito di vedere come il Buso della Rana poteva finire, il G.S. Malo grazie alla forza trascinante di S. “Lillo” Panizzon, decide di fare una nuova prova ARVA tra Pisatela e Rana; infatti dopo aver abbandonato gli scavi al Buso della Pisatela nel 2006, non erano più state fatte altre prove ARVA tra le due grotte. A metà del 2011 viene stabilita con gli strumenti una distanza di dieci metri e ricomincia lo scavo della ciclopica frana che porterà alla congiunzione delle due grotte il 14 febbraio del 2012. Il 17 febbraio del 2012 i gruppi di Malo e Schio riescono a entrare al Buso della Rana non dall’ingresso principale. Negli anni dopo la congiunzione, le attività di ricerca del G.S. Malo si concentrano soprattutto in Sala della Foglia, alla ricerca di un ipotetico ramo che però non porta a nessun nuovo sviluppo. Poi da ricordare nel luglio 2017 la scoperta da parte del G.G. Trevisiol alla fine del Ramo Emmequadro, di nuove gallerie in parte fangose e con alcuni pozzi, che portano il ramo al livello del Ramo principale. Questo ramo verrà dedicato alla memoria di Alberto Rossi speleologo vicentino morto nel 2016. Nel 2012 viene scoperto da parte del G.S. Malo un nuovo ramo nella zona del Ramo Nord, chiamato Ramo PSG e che porterà gli speleologi di Malo a risalire per un dislivello positivo di +100 metri una serie di camini e arrestarsi nel dicembre 2021 su una grande sala pensile a pochi metri dall’esterno e battezzata Sala dei banchi a rotelle. Con queste ultime scoperte si conclude, ma solo per il momento, la storia esplorativa del Buso della Rana, che come abbiamo letto nei decenni trascorsi ha sempre avuto momenti di stasi e poi di grandi exploit. Gli speleologi continuano a visitarla e a guardare con occhio indagatore ogni recesso della grotta e sicuramente altre novità e nuovi vuoti verranno scoperti nei prossimi anni. Tanto altro si potrebbe ancora raccontare del Buso della Rana, storie di speleologia, di speleologi, di uomini e donne che sono andati alla



ricerca di nuovi mondi da illuminare, da visitare per poi raccontare, di storie vissute, di ricerche scientifiche, ma anche di momenti di gioia e momenti di sconforto. Si rimanda alla corposa bibliografia per approfondire la storia e lasciamo agli speleologi di oggi e di domani di viverla dentro al Buso della Rana.
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